mercoledì 06 maggio 2009
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Fare cose con parole: Carole Roussopoulos e Delphine Seyrig
a cura di Dario Marchiori
Quasi sconosciuta in Italia, Carole Roussopoulos è la più importante videasta militante di ambito franco-svizzero e probabilmente europeo.
Alla fine degli anni Sessanta si trasferisce a Parigi e lavora come giornalista per Vogue, ma si fa presto licenziare. Vedendola disperarsi, Jean Genet le suggerisce un mezzo per liberarsi di tutti i padroni: la videocamera, ancora semisconosciuta in Europa, le servirà per riprendere quel che succede nel mondo senza dover render conto a nessuno.
È così che nel 1969, poco prima della nascita del Movimento di Liberazione della Donna in Francia, Carole Roussopoulos acquista uno dei primissimi modelli di videocamera, il rivoluzionario portapack da mezzo pollice della Sony. Col marito Paul, rifugiato politico, inizia un’intensa attività di videasta che prosegue ancora oggi, a quarant’anni di distanza.
La retrospettiva mostrerà, grazie ai film di Carole Roussopoulos, le diverse declinazioni e sfaccettature delle lotte per la liberazione delle donne, degli omosessuali, delle prostitute di Lione, delle operaie della Lip di Besançon, nel corso degli anni Settanta. In sintonia con la vitalità di quei movimenti, Carole Roussopoulos registra immagini e suoni imbavagliati dai media: “per me, quel che conta è la parola degli altri, quella che non si sente mai”.
Di Delphine Seyrig conosciamo la diva internazionale che ha recitato per Resnais e Truffaut, per Losey, Bunuel e Demy, quindi per Duras e Akerman. Poco si sa, o poco si dice del suo coinvolgimento nelle lotte femministe degli anni Settanta, e ancor meno si conosce del suo lavoro di regista, da sola e assieme a Carole Roussopoulos (il magnifico Sois belle et tais-toi, del 1976, che presenteremo durante la retrospettiva).