mercoledì 05 maggio 2010
00:00 45 VisualizzazioniJean Rouch (1917-2004) è stato forse il più vivace interprete del documentario etnografico, che ha contribuito a fondare e a reinventare nel corso del tempo. Dalla metà degli anni Quaranta all’inizio degli anni 2000, una produzione enorme che supera i 150 film (molti dei quali tuttavia incompiuti), tracciano un dialogo continuo tra l’Europa e il mondo africano. Lavorando sempre più ai confini tra finzione e documentario, utilizzando precocemente tecniche rivoluzionarie quali la macchina da presa 16mm a spalla o il suono in presa diretta ed esplorandone le conseguenze sulle condizioni di ripresa sulla forma stessa del film, Rouch è stato uno dei pilastri del cinema “moderno”.
Più che colui che ha permesso di reinventare del cinema di finzione, dando origine alla Nouvelle Vague francese, ci interessa riscoprire la dimensione “documentaria” della sua opera, ovvero la produzione etnografica, di intento scientifico (tutti questi film sono stati finanziati dal CNRS, il Centre National de la Recherche Scientifique), che compone la massima parte della sua produzione. Opera etnografica, eppure innanzitutto e finalmente cinematografica, opera di un regista-cameraman che talvolta registra anche il suono: il legame con edizioni precedenti del festival, che hanno presentato film di Raymond Depardon e video di Carole Roussopoulos, profila una dimensione ulteriore rispetto alla tradizione del nostro festival.
La retrospettiva si interesserà soprattutto al Rouch “africano”, ovvero alla scoperta appassionante, al contempo meravigliata e razionale, di una realtà differente e capace di sconvolgere le nostre fondamenta più consolidate. La selezione di film, a cura di Dario Marchiori e Andrea Paganini (specialista di Jean Rouch), permetterà di introdurre lo spettatore all’opera multiforme e variegata di Rouch, vista secondo il prisma dello sguardo documentario. Coscienti del fatto che tutta l’opera di Rouch è largamente sottovalutata, e non solo in Italia – soprattutto in ragione della sua posizione a metà strada tra finzione e documentario, troppo spesso ricondotto esclusivamente ad ambiti disciplinari quali la sociologia e l’etnologia – affiancheremo alla proiezione quasi “didattica” di qualche film più conosciuto un’attenzione particolare ad altri film, soprattutto cortometraggi, che restano poco noti o misconosciuti in Italia.
La storia che tutto il cinema di Jean Rouch ci racconta, quella di un francese che si innamora dell’Africa (soprattutto il Niger) e scopre di trovarcisi davvero “a casa”, è per noi la parabola felice dell’avvento di un’epoca di migrazioni culturali, la speranza da opporre alle vite spezzate dalla migrazione economica. Un percorso diverso ed inedito, che permetta a noi e ai nostri spettatori di scuotere ed allargare i modi di pensare il cinema e il mondo.
La dimensione “africana” dell’edizione 2010 del festival ci ha imposto la gioiosa necessità di rendere omaggio al regista senegalese, recentemente scomparso, Samba Félix Ndiaye (1945-2009). Cinefilo, Ndiaye si reca a studiare il cinema a Parigi, dove studia anche l’etnopsichiatria: resterà ad abitare a Parigi per trent’anni ma ritornerà più volte in Senegal, in particolare per girare i suoi documentari, spesso dedicati a persone comuni e a mestieri poco noti o marginali. Ndiaye filma quel che la televisione non vede, vi raccoglie la parola e i gesti di chi è escluso dallo spettacolo imperante, perché senza fare nulla gli resiste strenuamente.
L’investigazione del rapporto tra tradizione e modernità, la contaminazione di finzione e documentario e il lavoro con una troupe ridotta intessono altro legami con l’opera di Rouch, quantunque il percorso di Ndiaye segua modalità personali ed uniche. L’interesse lucido e affettuoso sulla propria terra, la ricchezza delle sue esperienze e la varietà dei suoi strumenti intellettuali rendono il cinema di Ndiaye un crogiolo culturale di rara portata ermeneutica, capace di conciliare cura formale ed impegno etico. L’omaggio, a cura di Dario Marchiori, presenterà un’immagine rappresentativa della produzione (esclusivamente documentaria) di Ndiaye. Lo sguardo di un cineasta africano sull’Africa: non uno sguardo puramente identitario, ma nutrito dalla curiosità nei confronti del mondo intero.